Elvira è un personaggio di fantasia, ma dentro di lei sembrano vivere molte persone realmente esistite. Quanto c’è, in Elvira, delle donne e degli uomini che hai incontrato raccogliendo le testimonianze in Val di Vara? E c’è stato un racconto preciso dal quale tutto è cominciato?
I miei figli erano ancora due bimbi quando abbiamo partecipato al funerale dell'ultima vera abitante di Chiama. Mi è spiaciuta la sua riservatezza; da lei ricevevo il buon giorno la domenica e qualche mugugno sul tempo che faceva. Aveva gli occhi blu, la signora Dirce, e li usava, subito dopo aver speso le sue due parole di cortesia, per guardare lontano. Per timidezza o strafottenza, per rancore, fastidio, umiltà.. L'Elvira della mia penna e dei miei quaderni la immagino così: imbronciata, riservata, schiva... Che non si abitua alla gente nuova e si fa sempre più da parte, fino ad arrivare al disagio. È corretto dire che l'Elvira e con lei tutti gli abitanti di Chiama, sono la somma delle storie raccolte dai più anziani della valle. Elvira è tutte le donne vecchie e spettinate che siedono sulle panchine delle piazze dei paesi più nascosti, isolati, perduti
Elvira resta mentre quasi tutti gli altri se ne vanno. La sua ostinazione può sembrare fedeltà, paura del cambiamento, perfino follia. Tu, che l’hai creata, come la interpreti: è soprattutto una donna che non riesce a partire o una donna che sceglie consapevolmente di custodire un mondo?
Elvira non è un'eroina, come tanti la immaginano. Ha il mio stesso stile: affronto imprese ciclopiche con ingenuità, incoscienza e per molto meno di quello che valgono. Rimane per caso, inerzia, abitudine, paura del mondo nuovo e sconosciuto, pigrizia, indolenza, ignoranza.. e in fondo a tutto per un infantile senso del dovere.
Il titolo “L’Elvira conta” acquista, andando avanti, un significato sempre più profondo: Elvira conta le cose che la circondano, ma alla fine comprendiamo soprattutto quanto sia lei a “contare” per quel paese. Quando hai capito che questo gioco sul verbo “contare” sarebbe diventato il cuore del romanzo?
Questo romanzo, che mi sono trascinata dietro per tredici lunghi e infruttuosi anni, ha avuto molti titoli prima di quello definitivo: La panchina in piazza, L'ultimo lampione acceso, Giovanni non è partito (perché c'è stata una fase in cui il primo personaggio sarebbe stato un uomo), L'Elvira non parte.
Al raggiungimento dell'ultimo titolo, L'Elvira conta, ho amato subito il doppio gioco. Dalla sua prospettiva, contava perché era il suo vizio, la mania, specialmente nel disagio, di sottrarsi dalla realtà. Dalla prospettiva del lettore, conta per il suo ruolo di custode ultima di un paese fantasma.
Hai scelto una voce narrante molto particolare: Elvira racconta persino ciò che riguarda la propria nascita e continua a possedere una voce che sembra andare oltre i limiti normali della memoria. Perché avevi bisogno che fosse proprio lei, e soltanto lei, a raccontare questa storia?
Per la mia modestissima esperienza di scrittrice, mi pare d'essere più credibile quando racconto in prima persona. Specialmente perché la mia è una scrittura introspettiva. Mi piace di più raccontare cosa succede dentro alle persone piuttosto che dedicarmi a trame avvincenti e a fatti eclatanti. Racconto in prima persona la vita di Elvira dall'inizio alla fine perché è stata l'unica formula possibile per le mie capacità, per raccontare un arco di tempo così ampio. È una strategia che ha fatto spesso discutere tra i miei lettori, ma sono stata perdonata quando hanno letto l'ultimo capitolo... È un pò come aver chiesto pazienza e fiducia perché alla fine del quadro ogni perplessità è stata chiarita.
Il libro racconta la scomparsa di un mondo, ma nelle ultime pagine lascia intravedere anche piccoli ritorni e nuove presenze. Secondo te i paesi dell’entroterra possono davvero avere una seconda vita, oppure ciò che Elvira ha perduto appartiene a un tempo che non potrà più tornare?
Penso che il mondo sia diviso tra chi sogna il futuro e chi rimpiange il passato. Sono sicuramente un'estremista nostalgica. Vorrei avere mille anni per crogiolarmi in così tanti ricordi. Tuttavia, sono abbastanza razionale per accettare che tornare in dietro nel tempo non è possibile, e che vivere come ai tempi di Elvira cozzerebbe con il resto del mondo; sarebbe un ingranaggio che inciampa, una nota stonata, una pretesa sbagliata. La storia dell'umanità ha contenuti vivi, per questo in perpetua evoluzione; tutto il mondo spinge verso la stessa direzione. Desidero con tutto il cuore che Chiama e tutti gli altri piccoli borghi fantasma, tornino a vivere, ma mi pare giusto che lo facciano con gli strumenti, le possibilità e le necessità del nostro tempo.

Elvira nasce nel 1930 a Chiama, un minuscolo paese della Val di Vara, dove, fino ai giorni della guerra, la comunità ha vissuto in un equilibrio fatto di baratto, superstizioni e antiche tradizioni. Elvira conta gli scalini di casa, i legnetti necessari per accendere la stufa, le bottiglie trasportate dal furgone di Bruno, gli alberi del campo di Don Mazza , le pietre del caruggio. Contare è il suo modo di esistere e finchè qualcosa può essere contato non è ancora perduto.
Elvira è una donna di ordinaria bellezza: scorbutica, goffa, timida e insicura. S’innamora di Gino, conscia di non poterlo avere con sè, lo conserva nel cuore, come un compagno immaginario, fino all’ultimo giorno della sua vita. Tra vecchi da accudire, l’orto da bagnare, e il sagrato della chiesa da spazzare... Anno dopo anno, resta a guardare le famiglie che si spostano sulla costa e sigillano le porte e le finestre del caruggio. E' la custode di muri scrostati, tetti crollati e di campi inghiottiti dal bosco e dai rovi. Diventa il cuore ostinato di un paese che rischia di scomparire.
“L’Elvira conta” è un racconto intenso e corale di una donna, di una comunità e di un mondo perduto. Un romanzo sulla resistenza quotidiana, sulle radici e sul valore incalcolabile di chi decide di restare.
