1. La scelta di restituire una voce - Gianluca, questo libro è stato scritto subito dopo la liberazione di Dachau, quando le ferite erano ancora aperte. Che cosa ti ha spinto, tanti anni dopo, a riprendere in mano quelle pagine e a decidere che la testimonianza del tuo bisnonno meritasse una nuova vita?
A spingermi a ridare vita a queste pagine è stata innanzitutto la forte volontà di mia mamma, Maria Grazia, che ha sempre desiderato che la memoria di Ettore non andasse perduta. A questa volontà si è unita la determinazione di mia moglie Cristina, che si è impegnata con grande convinzione per riportare alla luce questa testimonianza e restituirle il posto che merita.
A lei va il mio ringraziamento più sincero, perché ha creduto profondamente nell’importanza di questo progetto e si è adoperata affinché le parole di Ettore potessero raggiungere nuovi lettori.
Il libro è stato scritto nel 1945, quando il dolore e il ricordo di ciò che aveva vissuto erano ancora vivissimi. Ripubblicarlo oggi significa fare in modo che questa testimonianza non resti soltanto una memoria familiare, ma diventi patrimonio di tutti. Perché ricordare ciò che è accaduto non è soltanto un dovere verso chi lo ha vissuto, ma una responsabilità nei confronti delle generazioni future.
2. L’uomo dietro il testimone - Leggendo il racconto di Ettore Siegrist, hai incontrato soltanto il sopravvissuto a Dachau oppure hai scoperto anche un uomo, un familiare, che forse non avevi mai conosciuto davvero? C’è un passaggio del libro che ti ha cambiato il modo di guardare a lui?
Leggere le pagine scritte da Ettore significa incontrare non soltanto il deportato, ma anche l’uomo, con la sua sensibilità, la sua dignità e la sua capacità di riconoscere l’umanità persino in un luogo in cui tutto sembrava volerla cancellare.
Mi ha colpito in particolare il ricordo di Pittaluga, un compagno di prigionia che, durante il trasporto, gli ha prestato una sciarpa. Un gesto semplice, ma di enorme valore in quelle circostanze. Ettore racconta di avergli baciato istintivamente le mani e aggiunge che ancora oggi, idealmente, continua a farlo.
È un passaggio che mi ha colpito molto, perché dimostra come, anche nell’orrore di Dachau, un gesto di solidarietà potesse lasciare un segno indelebile. La violenza può privare una persona di tutto, ma non necessariamente della sua capacità di provare gratitudine, riconoscenza e affetto.
3. Il peso del silenzio - Chi è sopravvissuto ai campi di concentramento spesso ha dovuto affrontare una seconda difficoltà: raccontare l’orrore a chi non lo aveva vissuto. Nella tua famiglia quanto si parlava di Dachau? E quanto, invece, è rimasto affidato al silenzio?
Fin da quando ero adolescente, mia mamma mi ha raccontato la storia del mio bisnonno Ettore. Non è mai entrata nei dettagli più crudi di ciò che aveva vissuto, ma attraverso le sue parole riuscivo a percepire tutto il dolore che quella vicenda portava con sé. Allo stesso tempo, mi ha trasmesso la forza del messaggio che Ettore aveva voluto lasciare: un messaggio di speranza, fratellanza e aiuto reciproco, anche dopo aver conosciuto l’orrore.
C’è un aspetto del suo pensiero che considero particolarmente importante: ciò che è stato fatto deve essere riconosciuto e punito, ma non dobbiamo mai ripetere ciò che è stato fatto a loro. Non possiamo combattere l’odio diventando a nostra volta portatori di odio, né rispondere alla disumanità rinunciando alla nostra umanità.
Credo che sia proprio questa una delle eredità più preziose che Ettore ci ha lasciato. Ricordare non significa soltanto raccontare il dolore e le atrocità subite, ma anche custodire quei valori che permettono all’essere umano di non perdere la propria dignità, nemmeno nelle circostanze più terribili. È un messaggio che appartiene alla sua storia, ma che continua a parlare profondamente anche al nostro presente.
4. La memoria e il nostro presente - Il titolo è quasi una sentenza morale: Dimenticare sarebbe una colpa. Oggi, mentre scompaiono gli ultimi testimoni diretti e tornano a manifestarsi intolleranza, nazionalismi e indifferenza, credi che siamo davvero capaci di riconoscere i segnali di ciò che è già accaduto?
Penso che il rischio più grande sia considerare ciò che è accaduto come qualcosa di lontano, appartenente a un passato che non ci riguarda più. La storia ci insegna invece che l’odio non nasce all’improvviso: cresce attraverso le parole, i pregiudizi, la discriminazione e l’indifferenza, fino a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo mai.
Quando si comincia a negare la dignità di qualcuno, a considerarlo diverso, inferiore o meno degno di rispetto, si aprono strade pericolose. Per questo credo che testimonianze come quella di Ettore siano ancora oggi fondamentali.
Ricordare Dachau non significa soltanto commemorare le vittime, ma riconoscere i segnali che possono condurre nuovamente alla sopraffazione e alla violenza. La memoria non deve essere una celebrazione rituale, da ripetere in determinate ricorrenze: deve diventare uno strumento per leggere il presente e una responsabilità che riguarda ciascuno di noi.
5. L’eredità di Ettore - Avete deciso di destinare i proventi dei diritti d’autore ad ABEO Liguria. È un gesto che trasforma una testimonianza di sofferenza in un aiuto concreto. Se oggi potessi parlare con il tuo bisnonno e mostrargli questa nuova edizione, che cosa vorresti dirgli?
Se potessi dire qualcosa a Ettore, gli direi innanzitutto grazie. Grazie per aver trovato la forza di raccontare ciò che aveva vissuto e per averci lasciato una testimonianza così importante. Forse, quando ha scritto quelle pagine nel 1945, non poteva immaginare che sarebbero arrivate fino a noi e che, tanti anni dopo, avrebbero potuto parlare a nuove generazioni.
Questa nuova edizione è un modo per mantenere viva la sua voce e fare in modo che il suo messaggio continui a essere ascoltato. Ma abbiamo voluto che la memoria si trasformasse anche in qualcosa di concreto: tutte le royalty del libro saranno interamente devolute ad ABEO Liguria, l’associazione che sostiene i bambini affetti da patologie ematologiche e oncologiche e le loro famiglie.
Mi piace pensare che da una storia segnata da tanto dolore possa nascere oggi un gesto di solidarietà e di speranza. È un modo per dare un significato ulteriore a questa pubblicazione e per ricordare che, anche di fronte alle esperienze più terribili, la dignità umana e la possibilità di aiutare gli altri devono continuare a essere più forti di tutto.

Dachau. Dimenticare sarebbe una colpa non è solo il racconto di una deportazione: è una testimonianza diretta, lucida e dolorosa dell’annientamento dell’uomo nei campi di concentramento nazisti.
Arrestato a Genova nel gennaio del 1944, Ettore Siegrist viene strappato alla famiglia e alla vita civile e trascinato, attraverso carceri, tradotte ferroviarie e umiliazioni quotidiane, fino all’inferno di Dachau. Con uno stile asciutto, privo di compiacimenti retorici, l’autore ricostruisce l’esperienza della prigionia, della fame, del freddo, della violenza sistematica, ma anche della fragile solidarietà tra deportati, unico argine alla disumanizzazione totale.
Scritto all’indomani della liberazione, questo memoriale conserva intatta la forza dell’urgenza: raccontare per non assolvere, ricordare per non ripetere. Le pagine di Siegrist non cercano vendetta né pietà, ma impongono una responsabilità morale al lettore: quella di non dimenticare.
Un documento storico di straordinario valore umano, che restituisce voce a chi non tornò e ammonisce le generazioni future sul prezzo dell’indifferenza.
