1. Il romanzo dentro il romanzo. Il libro comincia con un uomo stanco della propria quotidianità, che decide di scrivere per ritrovare entusiasmo e significato. Prima di arrivare alla storia principale, sperimenta diverse narrazioni. Quanto c’è di Marco Ciconte in questo personaggio e perché ha scelto di mostrare al lettore anche i dubbi e le incertezze di chi scrive?
Mi piaceva descrivere il travaglio vissuto tra la realtà del quotidiano e la voglia di rifuggirla. Ho vissuto cinque anni in quel limbo, con la passione per la scrittura che mi mordeva le caviglie. Non potevo ignorare quel pezzo della mia vita.
2. Il ritorno alle radici. Francesco Rizzo torna nella sua terra dopo trent’anni. Ritrova i luoghi dell’infanzia, ma soprattutto si trova costretto a fare i conti con se stesso. Secondo lei è più difficile lasciare la propria terra oppure tornarci e scoprire di essere diventati degli estranei?
È estremamente più difficile il ritorno. Al sud le porte sono spalancate verso la fuga. Ritornare, per molti, significava anche dare la prova più evidente di aver sbagliato. Fortunatamente da qualche tempo c’è un sentimento nuovo verso il ritorno. È un segnale importante di speranza.
3. Le due facce del Sud. Nel romanzo convivono la bellezza straordinaria dei paesaggi, la solidarietà e i sentimenti più autentici, ma anche criminalità, corruzione e clientelismo. Voleva raccontare un Sud che ama profondamente o un Sud al quale sente di dover rimproverare qualcosa?
Il Sud ha le due responsabilità, ma ogni territorio è caratterizzato da criticità che non possono essere minimizzate o nascoste. È sbagliato generalizzare, come sempre. Ogni approccio antropologico ai disagi e alle sofferenze del sud manca di profondità di analisi e dimostra grassa ignoranza metodologica. Qualunque responsabilità è personale, non collettiva.
4. L’umanità oltre le istituzioni. Attraverso la vicenda della piccola Saabira, Francesco Rizzo sembra scoprire che il rispetto delle regole, da solo, non basta a rendere giustizia alle persone. Quanto è importante, per lei, che chi rappresenta lo Stato sappia andare oltre la burocrazia e riconoscere prima di tutto l’essere umano?
Il personaggio di Francesco Rizzo con il suo vissuto è costruito per mettere di fronte questa sorta di antitesi. Il confronto tra la burocrazia che maneggia le carte incidendo sulla carne e sui sentimenti umani aveva appassionato già gli antichi romani, che avevano elaborato gli opposti principi “dura lex , sed lex” e “summum ius, summa iniuria”. Francesco Rizzo nella sua catarsi effettua delle scelte. Sta a ciascuno di noi, in coscienza, effettuare le sue.
5. Il significato del titolo. Romanzo nascosto è un titolo che incuriosisce. Nell’epilogo scopriamo il valore profondamente personale della scrittura, mentre l’immagine di un germoglio che resiste tra le fronde secche diventa un potente simbolo di speranza. Le chiedo allora: che cosa è davvero nascosto in questo romanzo? Una storia, una parte di noi stessi oppure la possibilità di ricominciare quando sembra ormai troppo tardi?
Tutto è stratificato, le cose e le persone. C’è sempre qualcosa, sotto la superficie, che merita di essere scoperto, anche perché spesso è la parte più vera. Se non ci fermiamo alle apparenze, se cominciassimo a guardare nella profondità di quelle cose e di quelle persone avremmo delle sorprese molto spesso piacevoli e non ci sentiremmo meno soli. Un po’ come è successo a me con la scrittura di questo romanzo.

Fra le tante storie in testa, un aspirante scrittore sceglie quella del ligio vice prefetto Francesco Rizzo, che - dopo una vita anonima lontana dalle sue origini - sente un richiamo ineffabile che lo spinge ad accettare un incarico temporaneo a casa, nel Sud che aveva lasciato trent'anni prima. Il viaggio che lo attende, però, non è soltanto geografico. È un ritorno che spalanca porte chiuse, risveglia nostalgie, riporta alla luce ciò che era stato volutamente sepolto: l'infanzia e le sue ferite, gli affetti perduti, i legami spezzati, la terra che ti abbandona e quella che ti reclama. Ed è anche l'inizio di una nuova vita professionale, in una Prefettura dove il confine tra potere e oscurità è sottile, dove un funzionario non deve solo servire lo Stato, ma resistere alla tentazione di arrendersi.
